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Nuvole? Sì, ma di fumo...

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di pubblicato il 03-04-2011 alle 16:24 (3512 Visite)
Una delle buzzwords più inflazionate e fastidiose del momento (oltre ad Arduino) è certamente il "cloud computing": tutti ne parlano con toni entusiastici, tutti fingono di sapere cos'è, e naturalmente softwarehouses di ogni dimensione, dai superbig ai produttori di gestionali nello scantinato, non mancano di strombazzare a tutto volume come "soluzioni per il cloud" il loro solito, ordinario software rivestito a festa per l'occasione.

Se però si rivolge seriamente la domanda al presunto tecnico o sistemista che sta decantando le magnifiche sorti e progressive di questa o quella "soluzione cloud a livello enterprise" garantita dal solito brand altisonante (che in molti casi si scopre facilmente essere null'altro che il solito vecchio middleware unix nato trent'anni fa, immancabilmente condito con quell'altro bel carrozzone di java - o equivalenti lato IBM), le risposte raccolte formeranno facilmente uno stupidario da competizione.

Ciò, in realtà, non stupisce, visto che perfino l'inventore stesso dell'espressione non pare voler passare alla storia per il rigore tecnico delle sue definizioni, come si può leggere in questa intervista.

Vi lascio godere l'intervista, della quale apprezzerete senza meno il tono.

Da parte mia, mi limito ad evidenziare un solo aspetto:
"Oggi la domanda è: in che modo posso fidarmi di questa determinata parte di codice che sta esaminando i miei dati, magari anche brevettati, per creare ciò di cui ho bisogno? In che modo posso sapere che non rovinerà i miei dati? In che modo posso essere certo che funzioni correttamente?"
La risposta è: certificando ogni singola parte di codice, con progettazione e testing (blueprints) rigorosamente basate su metodi formali - eventualmente procedendo a livello blackbox o graybox anziché in sola trasparenza, dato che si parla di mainstream.
Una filosofia che funziona perfettamente nelle installazioni critiche, che sono distribuite e ridondate per definizione, nonché talora basate sul grid computing: un modello consolidato che il cloud in qualche modo emula e scimmiotta, per vari aspetti hardware, ma perdendo in controllo e con giustificate riserve sull'affidabilità.
Il software destinato a grid e cluster, inoltre, deve essere progettato e scritto appositamente, contrariamente a quanto avviene per il cloud (il che spiega la relativa facilità con cui viene servita ai clienti la "ribollita" di applicazioni e sistemi cloud-ready, che fino a ieri non lo erano affatto).

Mi permetto solo di ricordare a profani, distratti e giovani che nei primissimi anni Ottanta VMS sui Vax 11 (su hardware già full 32 bit) permetteva già di mappare un numero virtualmente illimitato di risorse fisicamente distribuite dovunque, non solo i ventisei device per categoria consentiti dagli unix di ogni ordine e grado. Con buona pace della neofilia compulsiva e dei facili entusiasmi di chi crede di poter sempre reinventare la ruota e l'acqua calda.

Perché il problema del mainstream non è certo la collocazione fisica del software, o la capacità di fornire servizi e allocare risorse "on demand" (che novità: se ne straparla da almeno venticinque anni...), ma la qualità del software. Problema irrisolto e non risolvibile senza prese di posizione radicalmente devianti dagli attuali trend del mainstream.

Il resto è davvero vaporware: il cloud oggi è una bella "nuvola" di fumo che il marketing soffia a pieni polmoni in direzione dei clienti enterprise più facoltosi (a caduta seguiranno anche gli altri), titillandone l'ego al di là di qualsiasi effettiva necessità e smuovendo, al solito, un po' di quattrini.

aggiornamento da 02-01-2012 a 20:43 di M.A.W. 1968

Categorie
Programmazione , Società

Commenti

  1. L'avatar di net-addiction
    Al di là della qualità del software e della sua applicabilità in un sistema "cloud" io non capisco questa smania delle aziende, e in certi casi sono grandi aziende, di consegnare i propri dati a internet. Come faccio a sapere che i miei dati sono al sicuro e che non vengono utilizzati per altri fini (il primo esempio che mi viene in mente è il webproxy che è un ottima fonte di dati statistici di navigazione)?

    Sono l'unico che pensa possa trasformarsi in "Clown Computing"?
  2. L'avatar di M.A.W. 1968
    Quote Originariamente inviato da grimreaper
    Come faccio a sapere che i miei dati sono al sicuro e che non vengono utilizzati per altri fini [...] ?
    Semplicissimo: non puoi saperlo.

    Ritengo comunque che il giudizio su questa ennesima pagliacciata del mass market sia unanime non solo presso i professionisti più scafati, ma anche tra chi è abituato a coltivare il proprio senso critico.